Gaber, sincero fino al sacrificio - di Roberto Vecchioni
Il realismo drammatico di un artista coraggioso che contempla l’illimitato disastro dell’uomo
Abbiamo due strade, due linee forti, intense per misurare in una sovrapposizione di arti e
pensiero l’uomo, quello di sempre, costretto a muoversi nel nubifragio estasiante degli ultimi
decenni. La prima l’ha tracciata De’ Andrè, la seconda Gaber. Sgomberiamo il campo da presunti
e assurdi partigianismi: altrove e in noviziati lunghi una vita, altri concelebrati "Nobel" o
giù di lì avevano percorso e percorrono questo binario esistenziale, ma Gaber e De’ Andrè lo
hanno reso lucido e leggibile, pagando di persona, disegnando di là di tutte le apparenze, i
"phasmata" del quotidiano un significante (anzi due) ultimo dello stare insieme, fino a
ribaltare l’equazione arte-vita che è già dei grandi, in una suprema arte-vita, dove la seconda
corrisponde ad una serie d’incidenti di percorso più o meno leggibili; la prima (dove non fine a
se stessa) la lettura piana a tempo fermo - della verità. Come ci sono arrivati? Per il loro genio, cultura, sensibilità fuori dal comune. Ma non sarebbe bastato. Ci sono arrivati perché invece di correggere la vita con l’arte (come tanti), hanno inteso l’arte (no, non i pennelli, le note, i capolavori letterari, no, no) come poesia sublime, inspiegabile e rarefatta negli uomini, gli uomini come arte.
Ciò spiega la totale incolpevolezza di tutte le "anime salve" e la loro grandezza epica di fronte
a un potere che sempre e comunque è l’imputato: e spiega l’adorata anarchia di De’ Andrè come una
possibile autogestione cosciente degli esseri umani in un mondo (arte-vita) dove perdere e vincere
non han più significato e non ha più senso il perdono per cose commesse senza responsabilità e dove viva, quella si, resta sempre la pietà.
Gaber non vola così alto e così fuori. Lui si chiude in una stanza con la vita e con gli uomini e
non smette mai di guardarli per quel che sono. E così raggiunge piano piano dal particolare
all’universale la convinzione di un illimitato disastro, l’amara certezza di un impossibile
accordo, di una ricucitura inimmaginabile e stridente. Gaber cioè ci dice che le idee sono
più alte degli uomini, perché perfette nella loro immutabilità, mentre gli uomini, dopo averle
partorite o scoperte o adorate in un momento, gli uomini cambiano. E allora basta un lampo, una
disattenzione, basta l’intrusione dell’ "utile", della convenienza sociale, dell’apparente
benessere mai posseduto perché tutti gli "ISMI", anche i più alati, crollino. È questo il
Pessimismo? È questa una resa? No. Questo è realismo, drammatico, volontario sincero fin o
al sacrificio e pagato come si pagano tutte le verità che non fan l’occhio alle mode e ai facili
entusiasmi; ma attenzione, una resa, totale, incondizionata, presuppone una rassegnazione, e
in Gaber questa rassegnazione non esiste. Se una generazione ha perso (e poi come, ci son delle
ragioni), non tutte dovranno perdere. Andatevi a sentire la nostalgia dolce sulla fine del
comunismo: è un uomo vinto, quello? No, è un uomo triste, e chi è triste, crede.
Gaber ha il coraggio di non fingersi eternamente giovane, ma di invecchiare in intatta
coerenza di pensiero ed esternazione: lui è stato nei suoi ultimi giorni "il vecchio e il mare",
non il livido Achab, disperato e solitario contro Moby Dick, ma il pescatore che non si arrende
al mistero che porta legato allo scafo e inconsciamente lotta per la vita per dimostrare che
gli uomini in lui possono farcela. La sua battaglia col pescecane non è odio, è amore.
Che gran metafora: c’è sotto l’altra battaglia di Giorgio, quella con la malattia, mai
abbandonata, mai data per persa. E c’è in lui l’uomo di Kafka che per secoli e secoli chiede
al guardiano di poter entrare, di poter vedere, ricevendone sempre un rifiuto.
E Giorgio sapeva: "a un certo punto il guardiano chiuderà la porta e mi dirà " Peccato, solo tu
potevi entrare qui. Ora chiudo e me ne vado per sempre-.
Ma Giorgio sapeva ed era pronto a mettere un piede tra la porta e lo stipite.
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