canzoni e futuro - di Francesco Guccini
Mi pare il Primo Maggio più lungo della storia d’Italia, quello che stiamo vivendo ormai
da molti mesi nel nostro sofferente paese. Pace, giustizia sociale, lavoro, libertà:
provate a ricordare, provate ad andare indietro nel tempo. Vedrete da quanto tempo grandi
masse di cittadini scendono in strada per difendere diritti e princìpi che la Costituzione
della nostra Repubblica afferma con forza inalterata. Le stagioni si accavallano mentre milioni
di esseri umani di ogni età scelgono di uscire di casa e di unirsi, di stare assieme, mentre si
sostiene uno striscione, si canta in coro, si grida uno slogan. Ma sì, c’è un po’ di retorica
nel rileggere le immagini che ci hanno accompagnato da quando questa destra ha avviato la
demolizione sistematica di questo Stato alterando il rapporto tra i poteri della Repubblica.
C’è retorica nel raccontare questa lunga marcia che ha sostenuto ora la pace, ora la giustizia,
ora il diritto al lavoro, ora e sempre la libertà. Ma è una retorica che non mistifica la realtà,
non la esalta, non santifica il vittimismo. In fondo, c’è retorica anche in un bilancio, quando
chi fa di conto mette assieme dei dati reali e li trasforma in un consuntivo, dando un senso
compiuto ad un elenco di cifre. I fatti sono questi e non altri: non c’è piazza che non si sia
animata di gente e di buoni sentimenti nel corso dei mesi. Siano state manifestazioni sindacali,
girotondine, politiche, studentesche o pacifiste poco conta. È scesa in campo una bella forza,
grande e non aggressiva in difesa di ciò che appartiene anche a quell’Italia che oggi non
s’accorge di quanto sta perdendo. Questa destra mi pare affetta da una sorta di luddismo
antiistituzionale: non tratta, spacca, non riforma, distrugge, non valuta, annienta. Brutta
storia, non piacerebbe a mio padre - che non era un comunista - non piacerebbe e non piace a
tutta quella brava gente che con la Resistenza ci ha consegnato un’Italia fondata sulla libertà.
Così, di piazza in piazza, di mese in mese, la festa della liberazione è entrata in quella dei
lavoratori e viceversa, intrecciando mille volte le stesse anime, le stesse volontà, le stesse
speranze. La politica si sarà accorta che in quelle piazze, così come in Piazza San Giovanni a
Roma, si intona un vero, appassionato coro? Ma il coro non è uno strumento, lo sappiamo, il
coro è un soggetto, un interprete che nella sua infinita complessità e diversità intrinseca
ha saputo fondare un’armonia. Mi pare che i partiti della sinistra stentino a riconoscere
questa bella soggettività, il valore anche morale di questa armonia, il richiamo fondamentale
del coro a ripescare tra i bisogni e i princìpi di milioni di esseri umani i motivi e i motori
della politica. Ma con un pizzico di umiltà in tasca si può fare molta strada, l’umiltà offre
l’intelligenza e il rispetto, il rispetto illumina la dignità, la dignità produce la forza.
La forza del movimento dei lavoratori è la sua cultura, la dignità della sua soggettività è
il suo linguaggio. Il suo linguaggio deriva dalla capacità di stare assieme, di fare assieme,
di fondare assieme i suoi valori. Al sindacato che li rappresenta faccio i miei migliori auguri,
alle centinaia di migliaia di ragazzi e non solo che saranno domani sotto il palco di San Giovanni
a Roma, un grande abbraccio. Su quel palco non ci sarò, ma so che i Nomadi canteranno una mia
vecchia canzone con un titolo impegnativo: «Dio è morto». Tranquilli, si fa per dire.
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